| In Calabria, aspettando il terremoto |
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| Scritto da Ilario Lombardo | |
| mercoledì 02 aprile 2008 | |
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La sala consigliare è già piena quando Rina, 45 anni, arrabbiata come poche, alza il piede per far vedere il taglio: «’U vidi! Chistu mu facii tirand ’nu cauciu allu vitru da Regiune, quannu ’amo ’iuti». Dal tono delle urla sembra lei la capopopolo di un’orda venuta a reclamare il pane. La folla riempie tutto lo spazio al di là delle inferriate che la dividono da assessori, consiglieri e sindacati disposti a ferro di cavallo. Il sindaco Antonio Nicoletti, primo mandato, giunta di sinistra, ha convocato un consiglio straordinario per discutere del problema che è all’ordine del giorno ormai da troppi anni: l’assistenza sociale, croce e delizia di un grande e spopolato centro della Sila cosentina, San Giovanni in Fiore. Sono in quattrocento. Pretendono ancora i 480 euro stanziati per un corso di formazione per operai idraulico-forestali mai iniziato e finanziati con vari fondi regionali e ministeriali per cui, al tempo, era intervenuto personalmente l’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno. Una faccenda delicata che nessuna parte politica vuole lasciare al migliore imbonitore dell’altra, anche perché il 13 aprile incombe e, come ogni anno, e per ogni elezione, la questione si rinnova e il calcolo elettorale in cui da queste parti sono maestri non può prescindere dai «favori» fatti a quelli che qui si preferisce chiamare disoccupati assistiti. In consiglio ogni partito recita il proprio rituale rosario politico. Dall’altra parte dell’inferriata, invece, Rina è scatenata, e dietro di lei comincia il tumulto di urla, imprecazioni, insulti: «’A stess canzun da diec ann». La maggioranza di centrosinistra – divisa – accenna addirittura a discorsi di politica nazionale, ma, ci risiamo: «nun c’ne futta i Veltron o Berluscon». Sembra la presa della Bastiglia. «Questo non è niente, c’è stato di molto peggio», assicura uno dei due carabinieri fissi vicino al banco del sindaco, mentre il presidente del consiglio decide di sospendere e rinviare la seduta. Alla fine l’avrà vinta la folla, altri fondi stanziati per il 2008, circa nove milioni di euro da consumare entro il 31 dicembre. Poi si ricomincerà daccapo e sempre a ridosso di nuove elezioni: che siano europee, nazionali, regionali o comunali non ha importanza. Tra abbrutimenti edilizi, San Giovanni in Fiore – il paese sopra i A San Giovanni in Fiore i sussidi e l’assistenza sono una cultura, parte di un’antropologia sociale della miseria e di una radicata mentalità che sembra non riuscire a farne a meno, tanto che, già quattro anni fa, un famoso giornale della sera aveva scritto di come una rivolta, un assedio e il conseguente sfascio del comune avessero portato ad assunzioni in massa e all’iscrizione nei registri di altri elenchi di mantenuti. Ogni volta la stessa storia: si promette, si promette, si promette. E poi però si deve mantenere e assicurare così il posto che ti aveva assicurato il voto. Tutto qui il teorema calabrese. Assistenzialismo+clientelarismo+mafia. I disoccupati diventano allora l’arma da ricatto di una strategia politica soffocata dalla mancanza di imprenditoria e di progetti di produttività, mortificata da ricorsi storici e da automatismi amministrativi deviati e conniventi con la criminalità. Un tessuto sociale sconnesso preda degli interessi famelici dei politici, pronti al momento giusto a tirare la giacchetta a chi muore di fame.
San Giovanni in Fiore è il paese con più assistiti d’Italia (prima, dal 1998, il Reddito minimo d’inserimento per 1.278 persone in una città di 18.242 abitanti, poi, il cosiddetto ex Fondo sollievo dalla disoccupazione per più di 634, seimila circa gli iscritti nelle liste di disoccupazione all’Ufficio di collocamento, centinaia i lavoratori socialmente utili e più di quattromila i pensionati). È anche uno dei paesi con il più alto tasso di emigrazione. Ma, soprattutto, è un bacino di voti fondamentale per il territorio cosentino e per Non si muove cosa intorno all’Abbazia che Oliverio non voglia, come avrà capito anche Dario Franceschini, salito a metà marzo quassù, proprio nel paese natio di ‘u lupu per ricucire i rapporti – si dice – non più così buoni per i troppi politici calabresi coinvolti dalla magistratura. Tutti sanno infatti del veto che il leader del Pd Walter Veltroni ha messo, da una parte, sulla nomenklatura cosentina, in particolare sul tandem Mario Oliverio-Nicola Adamo e, dall’altra, su tutta la schiera di allegri trasformisti che sono il codazzo di Agazio Loiero e del suo Partito democratico meridionale (Pdm): Mario Pirillo, Beniamino Donnici… Il presidente della Regione Loiero, nato qui vicino, a Santa Severina, piccolo borgo innevato dove Mario Camerini girò Il brigante Musolino e Renato Castellano Il brigante, aveva provato addirittura a presentarsi da solo con il suo personalissimo e potente cartello Pdm alle politiche, capolista Salvatore Audia, anche lui di San Giovanni in Fiore: un tentativo, fallito, di ricattare i democratici e convincerli a inserire nelle liste un suo uomo, Pirillo, assessore regionale all’agricoltura e forestazione, coinvolto in «Why not». Sul caminetto, in vista, una cartolina de La società sparente è vicino a un santino di Gesù benedicente. Al ristorante Da Saverio, vicino l’Abbazia, c’è un’atmosfera di casa. «Il nostro paese è un punto di osservazione su quello che è stata ed è diventata Il libro è solo l’ultima tappa di un lavoro critico incessante, un impegno che da queste parti assume sempre i contorni di una missione. È lui che convince Gianni Vattimo, giunto in Sila per un convegno su Gioacchino, a presentarsi alle elezioni comunali del Ciò che fece innamorare il teorico del pensiero debole di questa avventura fu, tra l’altro, la vivacità intellettuale di Morrone e degli amici e quella capacità di cogliere la potenzialità rivoluzionaria che internet poteva avere in una regione del silenzio come Morrone sa che i rapporti tra politica e ‘ndrangheta non si possono capire se non si vive qui ogni giorno, nelle pieghe nascoste di quella che non è più una società civile. Affari, risentimenti locali, voto clientelare. Appalti favoriti, amicizie non proprio raccomandabili, debiti da estinguere. In ognidove calabrese questa è la normalità, anche ostentata nel silenzio di chi non può che aspettare il suo turno. Per conformarsi o per partire.
L’emigrazione rimane l’altra emergenza a cui l’abitudine deve rassegnarsi. D’inverno, dei diciottomila abitanti rimangono a San Giovanni in Fiore in meno di novemila mentre settemila sono gli iscritti nel registro dei residenti all’estero. «Da noi l’emigrazione è tutto. È una necessità, è strumento politico e di organizzazione urbanistica: è ingegneria sociale e insieme un viatico per la devastante speculazione edilizia.» Alessio ha studiato architettura, fino a quando ha scoperto la potenza del web e, convinto sostenitore del binomio connettività-collettività formulato dal sociologo dei media Derrick De Kerckhove, ha messo su uno dei siti più importanti degli emigrati italiani. Nell’altopiano silano l’ovale del volto delle poche donne che si incontrano per strada è tracciato da rughe fossili: ognuna ha un passo deciso, la busta della spesa tra le mani e una piccola borsetta stretta all’altro braccio. Ci sono i bambini e i ragazzi che escono dai licei e dagli istituti tecnici lontani, costruiti in un nulla di roccia con alle spalle il verde silano. La cosa che colpisce di più è l’assenza di uomini e donne tra i venti e i quarant’anni, una generazione scomparsa, fuggita. Gli unici sono immigrati polacchi e marocchini, venuti a trovare speranza proprio dove chi la cerca fugge. E qui sta l’idea forte de La società sparente: «all’emigrazione fa seguito lo sviluppo organizzativo ed economico della criminalità». Morrone ne è sicuro: «La droga è aumentata, come gli omicidi e le sparizioni. Ci vogliono far credere che da noi non c’è ‘ndrangheta, ma come si fanno a spiegare i cadaveri trovati con una pallottola in testa e carbonizzati dentro le macchine». Quello di Antonio Silletta, arrestato qualche anno fa in un’operazione antidroga come intermediario, è stato ritrovato nel 2006, dopo lunghe ricerche e contatti con Chi l’ha visto?. «A San Giovanni in Fiore ci sono undici carabinieri per un territorio complessivo di 279 chilometriquadrati (quasi un sesto, per intenderci, dell’area metropolitana milanese). Tutta E ancora: nella montagna di Gimmella vicino San Giovanni in Fiore prima dell’arresto è stato nascosto a lungo, e ben protetto secondo Morrone, il boss crotonese Guerino Iona, parente stretto dello Iona, Francesco, che il Pdl ha inserito ultimo nella lista del Senato. San Giovanni in Fiore è sempre stato generoso con la politica e non solo con la classe dirigente italiana: da qui partirono i nonni di Joe Manchin, l’attuale governatore democratico del West Virginia, che ha firmato un patto di gemellaggio con In Calabria onorevoli si rimane per tutta la vita. Gli equilibri si decidono sulla base della spartizione dei fondi europei, 7 miliardi in arrivo per il 2007-2013, degni di un trasversalismo politico che coinvolge tutti. Qui il voto di scambio è così naturale che è diventato anche il nome di un talkshow politico dell’emittente locale TelespazioTv. «La grande scommessa di Veltroni è riuscire ad allontanare a poco a poco gli impresentabili come Adamo, Loiero e compagnia bella. Questo è un rischio, perché potremo perdere il mare di voti che quei politici si portano dietro: spostano così tanti voti da stabilire chi vince». Antonio Candalise è l’assessore del Pd alla Sanità e alle Politiche sociali di San Giovanni in Fiore, ha preso il posto di Franco Laratta, partito per Montecitorio. Sembra la faccia pulita della tipica disillusione calabrese. «Per noi la cosa positiva di questa legge elettorale è che, paradossalmente, essendo le liste bloccate e fatte a Roma, si evitano le infiltrazioni di gente compromessa. È una sfida, perché abbiamo messo uomini e donne che, soprattutto nel cosentino, non portano voti di clientela, anzi». Alla Camera, per esempio, capolista è il potente Domenico Minniti detto Marco, braccio destro di D’Alema, seguito da Rosa Villecco Calipari e Maria Grazia Laganà Fortugno: «Ecco una cosa che non mi è piaciuta in tipico stile Walter, il voler fare la lista delle vedove». Una cosa però sembra certa, il clan dei diesse cosentini, l’altra metà del potere in Calabria, non è mai stato così maltrattato come nella formazione delle ultime liste. «Hanno forzato troppo la mano, hanno arraffato tutto con un’avidità incredibile»: è ai fedelissimi di Loiero che si riferisce Candalise, soprattutto a Nicola Adamo, l’ex segretario regionale Ds, l’ex vicepresidente della Regione, il più votato a sinistra. Adamo è il politico che, assieme alla moglie Vincenza Bruno Bossio, ha la maggiore collezione di avvisi di garanzia per truffa sul flusso di sovvenzioni europee: a settembre 2006, abuso d’ufficio e associazione a delinquere per ipotetici finanziamenti pilotati a favore delle molte aziende amministrate dalla moglie, con cui si sono accaparrati il settore dello sviluppo tecnologico e telematico. Poi nel giugno 2007 il nome compare in «Why Not»: una teste parla di mazzette e di conti correnti cointestati con i suoi collaboratori. E per non farsi mancare nulla, è anche tra gli indagati dal tribunale di Paola per alcuni affari relativi allo sfruttamento dell’energia eolica. Adamo è anche l’autore di un maxiemendamento del maggio 2007 con il quale le aziende sanitarie locali (Asl) sono state ridotte da undici a cinque e trasformate in Aziende sanitarie provinciali (Asp). Ha soppresso inoltre le agenzie Arssa e Afor, le cui competenze nella gestione del personale per lo sviluppo agricolo e per la forestazione sono passate alla Provincia. Questo significa che Cosenza, già provincia con il territorio più grande d’Italia, ma senza aeroporto, assume più poteri nella sanità (con quello che comporta in termini di nomine, di dirigenza, di assunzioni) e nel lavoro: quindi nella compravendita dei voti. Il presidente Oliverio lo sa bene: viene da San Giovanni in Fiore,‘u lupu, là dove i disoccupati in attesa di promesse sono la merce di scambio in ogni elezione. «Lui qui comanda tutto. Ed è qui che la sinistra ha sempre vinto, roccaforte per tanti anni, assieme all’Alto Jonio, di Adamo e di Oliverio». Candalise guarda fuori tra i pini che nel vento mescolano l’odore di cenere al rumore come di un mare tempesta: «Un terremoto. Come in Basilicata. Ci vorrebbe un terremoto, per ripartire daccapo».
Pubblicato da Il Diario | |
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